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La costruzione di questa chiesa è legata all'antica
Confraternita che aveva un oratorio dal tetto di legno con annesso cimitero a ridosso della primitiva chiesa dell'Annunziata. Nei primi anni del '600 essi cedettero la loro chiesa alla Matrice per far sì che questa potesse essere ingrandita. Con la vendita della chiesa e degli immobili ad essa connessa i confrati decisero di intraprendere la costruzione di una nuova chiesa: era l'anno 1608. Nel 1635 la chiesa, ad una sola navata, era ultimata dal punto di vista murario così che l'anno seguente si diede inizio agli abbellimenti interni: il sottotetto in legno scolpito, gli stucchi e gli affreschi ad opera di Giovanni Fulco, messinese, Baldassarre Grasso, Giovanni Lo Coco e Matteo Ragonisi, acesi. Ma il terremoto dell'11 gennaio 1693 procurò notevoli danni al nuovo tempio; la volta del Cappellone, affrescata dal Fulco rovinò così come la sagrestia e la Cappella di Gesù e Maria. Tenacemente qualche anno dopo si avviarono i lavori di restauro e tra il 1732 e il 1735 fu pure costruito il campanile ad opera di Francesco Flavetta e di Vito Amico. Venne l'ora di dare un prospetto decoroso alla chiesa e i confrati si rivolsero a Pietro Paolo Vasta che ne allestì il progetto e nel 1740 poterono essere avviati i lavori. E' una facciata di grande effetto che crea l'illusione di un edificio interno a tre navate, con doppio ordine di colonne in stile greco-romano arricchite da semplici scanalature. Nel 1765, quando Vasta era già morto, al prospetto fu aggiunto un terzo ordine su disegno dell'architetto Paolo Guarrera che male si accorda col preesistente. Un nuovo danno dovette subire la chiesa col terremoto del 1818, ma già nel 1790 aveva subito una profonda trasformazione a causa di un incendio che distrusse il tetto ligneo sostituito da uno a volta. L'interno da allora in poi assunse l'aspetto che ora possiamo ammirare con delle mezze colonne in stucco che reggono l'architravata e con altre otto rilevate che sostengono il tiburio. Notevoli sono gli altari in marmo pregiato. Degno di nota quello che custodisce la venerata immagine del Cristo alla Colonna, opera del secolo XVII di forte carica espressiva, in cartapesta, di autore ignoto. Nelle pareti del coro rimane traccia degli affreschi settecenteschi. Tra le tele ricordiamo: Sant'Andrea Avellino del Vasta (secondo altare a sinistra); i SS. Alfio, Filadelfo e Cirino e S. Antonio Abate (primo e secondo altare a destra) di Giacinto Platania e i SS. Apostoli Pietro e Paolo (in sagrestia) dell'acese Matteo Ragonisi. Degni di nota le statue dei SS. Pietro e Paolo di Girolamo Carnazza visibili solo nei giorni della festa. Interessante il tabernacolo della Cappella del Cristo alla Colonna opera di Paolo Ambra eseguito in rame e argento che manca di due putti trafugati qualche anno fa. In chiesa è pure custodito, ma non esposto al pubblico, il simulacro del Cristo Morto che il Venerdì Santo ad opera dell'Arciconfraternita del SS. Crocifisso
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